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BISTROT
 

                                                                                                        Bistrot

 

Quando tornai a Parigi Yvonne aveva trovato per noi un appartamento al quinto piano nell’ hotel meublé di una stradina dietro place Clichè:

era una stanzetta con un letto, l’armadio, due sedie, un tavolino, l’armadio-cucina e una portafinestra da cui si vedeva Montmartre. La portafinestra apriva su di piccolo poggiolo, appena sufficiente per stenderci dentro.

In fondo al lungo e scuro corridoio appena illuminato da tre lampadine da dieci candele c’era il gabinetto ed a fianco la sala da bagno con la doccia, un’immensa vasca da bagno e tutto il resto:

bisognava prenotarla il giorno prima e si aveva diritto a mezz’ora, si pagava anticipatamente quando si prendeva la chiave e se si andava in due si pagava un prezzo e mezzo per tre quarti d’ora.

Il meublè, era abitato da qualche studente e da molte put con i loro mac discreti e tranquilli,

quando non gioivano o non bisticciavano.

Anche il quartiere era tranquillo, di giorno, ma mal rinomato dalla gente bene solo perché ogni tanto due bisticciando si prendevano a coltellate o bottigliate in faccia, di notte.

Al mattino ci alzavamo presto, alle sei, perché Yvonne faceva due ore di viaggio per andare a lavorare ed io impiegavo due ore per andare alla Sorbona.

Nelle scale incontravamo quasi sempre le coppie che salivano per andare a dormire e ci salutavamo cortesemente noi dicendo buona notte e loro rispondendo buon lavoro.

La prima mattina che entrai nel bistrot, lì sotto, chiesi “un café au lait” e tutte le persone allineate lungo il banco davanti al “blanc vichy” si voltarono a guardarmi come se avessi bestemmiato:

lo avevo fatto!

 

Il bistrot è un’istituzione altamente sociale e culturale, capace di trasformare in parigino qualsiasi nuovo arrivato che sia studente o ladro, attore o poliziotto, musicista o impiegato, bianco, rosso o nero, cinese, .indiano, argentino o islandese.

Naturalmente ha le sue regole ed i suoi riti, ma è lì che impari a vivere perché è lì dentro che scopri la vita cittadina e impari a parlare l’argot.

In città la gente ha fretta, tanta fretta ed è tutta fift (fatti i fatti tuoi) per cui non è molto facile comunicare.

Continua...

                                                                                               Il deserto

 

Era nato là nella comune, minuscola oasi composta di due palme, tre olivi ed una sorgente grossa come un fiammifero.

La chiamavano comune, perché era lì.

Lì dove si congiungevano i tre deserti.

 

Aveva sempre vissuto lì,

lì aveva imparato ad apprezzare i mille fuggitivi cambiamenti delle dune, agitate lentamente dal vento, enormi onde di un mare senza acqua, che si spostano così lentamente che paiono ferme.

Aveva imparato ad amare il vento di sabbia che nasconde tutto, che brucia il viso, le mani, gli occhi, che ruba il respiro ed offusca il sole.

Lo amava perché al suo cessare tutto sembrava così calmo ed immobile da parere eterno.

 

Aveva imparato ad amare il deserto sassoso del sud, con quei ciuffi di sterpaglia, derisoria imitazione di erbe seccate, sparsi in mezzo ai sassi con parsimoniosa cura.

Ammirava le sterpi pazienti, capaci di attendere anni, finché un acquazzone generoso, magari troppo, le inzuppasse di acqua fino all’ebrietà e rendesse loro un attimo di raro splendore.

Aveva imparato ad amare quei sassi tutti così uguali, tutti così diversi, così umili e forti…e la loro ombra bluastra con cui il sole caldo disegnava mille arabeschi sempre rinnovati.

Amava il cielo, turgido di calore, così pesante da chiederti come stesse su e……..

 

Ma il deserto che preferiva era il deserto di sale, piatto come uno specchio, splendido come una perla, così semplice nella realtà, così complesso nelle apparenze:

pianura di cristallo, invasa da castelli di cristallo abitati da mille fate-miraggi, inattese, sempre maliziose, talvolta crudeli ma solo con chi non vuole o non osa distinguere la povera realtà di un mare di sale dalla splendida illusione di paesaggi lontani, di acque ridenti, di città favolose ed inesistenti.

Ecco cosa aveva imparato ad amare!…

… e tante cose, tante che una vita non mi basterebbe a raccontarle.

 

Un giorno venne qualcuno e lo trasportò nei paesi di sogno della primavera eterna. Miriadi di fiori coloravano i mille verdi di mille piante diverse, l’acqua sgorgava da cento sorgenti, la notte vi era

tiepida e le giornate rinfrescate da profumati zefiri.

Visse tutto ciò, se ne riempì gli occhi, le narici ed il cuore e fu felice.

Ma il tempo passò in fretta, tanto in fretta che tutto ciò gli parve un sogno... e forse lo era poiché si ritrovò nella sua oasi fra i tre deserti.

Allora,

e solo allora si accorse che i suoi deserti, per belli che fossero, erano cosi irrimediabilmente, disperatamente...

deserti.

                                                                                         La signora Diana

 

Credevo che Diana fosse la dea della caccia, ma sbagliavo.

È la moglie del Deputato del numero 15 ,

l‘ Onorevole Cavaliere Ragioniere Ildebrando Gialli.

In realtà abita al 15 bis, il ragioniere ci tiene molto al bis,

per lui il 15 è un numero ma il bis,

il bis è già poesia !

La signora Diana viene a far colazione tutte le mattine alla trattoria del crocicchio:

il nuovo ”Grand Versailles”.

Prende un caffelatte con molto latte

( molto latte è importante perché lo ripete molte volte, ogni volta ).

Con una tartina con molto burro

( molto burro è importante perché lo ripete molte volte , ogni volta).

Arriva verso le undici, sempre frettolosa,

non rimane mai più di un' ora o due .

Sempre elegante, molto elegante,

un po’ fuori moda, un po’ fuori stagione perché compera tutto ai saldi,

ma sempre molto elegante!

Ha i capelli bruni, corvini, tinti: è una falsa bruna;

ha la bocca rossa, rossissima e sottile,

sembra quasi che gliel’abbiano appena tagliata: che sanguini ancora!

Una bocca che non si ferma mai: la signora Diana odia il silenzio,

è prolissa come le tette al silicone

lei di tette non ne ha, ha solo i capezzoli,

però ha il culo a mandolino e le chiappe a goccia d’olio, tanto a goccia d’olio

che ci si aspetta sempre di vederle scivolare a terra

per allargarsi in una graziosa pozzanghera scivolosa.

La signora Diana potrebbe raccontare con 9000 parole la storia

tragica e appassionante del cane della portinaia che pisciò

sul pneumatico della macchina rossa del macellaio

e con altre 9000 potrebbe fare una profonda analisi

psicanalitico - psicologica dei sentimenti complessi dello pneumatico così scompisciato;

ma non lo fa! non dice nulla!

È l’unica persona, a parte i ministri beninteso, capace di non dire nulla con 18000 parole.

È anche l’unica persona che io conosca capace di pronunciare 18000 parole

senza prendere il respiro, è vero che si allena: parla dormendo!

Non so se ha un cervello ma se ne ha uno è perfettamente superfluo,

il midollo spinale le basterebbe ampiamente.

Non che io voglia dire che non rifletta,

ogni tanto riflette: come uno specchio.

Ma perché parlo tanto di lei?

Magari mi ha contagiato!

No, non credo

Se parlo tanto di lei è perché la signora Diana per me è un mistero:

con tutte le sue qualità dovrebbe essere almeno direttrice di una rivista femminile.

Certi ingegni si perdono.

                                                                                             Fino in India

 

Non so se esista ancora l’antico bugnat, l antico bistrot.

Si chiamava Aux trois blagues ed aveva, dipinte in grande sulla vetrina, tre borse da tabacco di pelle legate con un bel nastro blu. Sotto alle borse c’era scritto: liberté fraternité egalité…..

Questa è una storia triste.

Era un sabato sera all’ora del pasto e nel grande viale non c’era quasi nessuno, il ragazzo diede un'accelerata. Tra due furgoni sbucò un vecchietto, fece un passo e si girò verso la moto.

Il ragazzo curvato sulla moto frenò, frenò e si raddrizzò un poco, in tempo per vedere la testa del vecchio precipitarsi verso il suo torace.

Il padre, proprietario del bistrot se ne andò e da allora il bistrot non fu mai più lo stesso era finita un’epoca

                                                                                                 Foglie di parole

Con l’approssimarsi dell’inverno

dall’albero dei pensieri

cadono fluttuando

foglie di parole.

Dove mai finiranno?

                                                                                                     Il cervello

 

Questa mattina mi sono svegliato di buon’ora,

la nebbia imbeveva l’aria, stavo bene nel mio letto.

 

Mi sono raggomitolato e ho pensato

a niente,

come avrei potuto fare altrimenti?…

non avevo più cervello.

Scopando la polvere nel granaio della mia testa

ho scopato via anche il cervello,

credetemi, se vi pare, ciò lascia comunque un bel vuoto.

 

Allora… allora…

Ho inforcato il mio velocipede malva

e sono andato al superextripermercato.

Ho comprato un magnifico cervello di plastica,

grande grande: big ,

modello de luxe

personal,

sterilizzato

vitaminizzato

mesmerizzato

indottrinato

lavabile

precotto

surcondizionato

proprio tutto….tutto!

 

Ora sto veramente bene,

 

tutto è in ordine nella mia testa.

                                                                            

il cervello elettronico

                                                                                      La signora dalla scopa ferma

 

 

Quando si entrava capitava talvolta di vedere una scopa ferma appoggiata al muro e, lì vicino, o al centro della stanza. un mucchietto di polvere e briciole di non so che, che gli faceva la guardia.

Talvolta le scope ferme erano due, una per stanza, con il loro mucchietto vicino oppure, più raramente, una ramazza appoggiata a un mobile con vicino un secchio di acqua nerastra in cui nuotava uno straccio,

 

Il lavello

 

Il bagno

 

I pasti

 

Il gelo delle finestre aperte etc

                                                                                      Il tempo lento della mano

 

Ora comincio ad eseguire ciò che vagamente galleggia nel mio pensiero: quell’immagine incerta, un po’ vaga, confusa, nata dalla fantasia….

Però precisa, precisissima in ciò che non deve essere.

Esito.

Devo capire come il pennello potrà trasformare il fantasma in oggetto, il piano in spazio, l’illusione in certezza: nella certezza dell’inganno.

L’immagine non è l’oggetto, ma lo è, godo a credere che lo sia, godo a sapere che non lo è.

E poi c’è l’anima, quell’oggetto è l’anima attraverso quel pretesto:

quella scarpa è una scarpa! È una scarpa?

Niente affatto, quella scarpa è sudore, fatica, sonno, fame , buio, rimpianto, forse speranza…

Quel viso è un viso! Un viso?

Niente affatto, quel viso è una dolce collina primaverile coperta di tenera verdura o il costone della montagna corroso dalle acque del pianto, modellato dal passare del tempo….

Quell’occhio è un occhio! Ma è anche un invito, uno schiaffo, un desiderio, un sogno nascosto, una vita in un lampo, un lampo lungo una vita…

Esito.

La mia mano, ormai stanca di attendere, infastidita dalle mie esitazioni, inizia a fare.

La guardo fare, così lenta e maldestra, incapace di accompagnare il pensiero, capace solo di inseguirlo da lontano, appesantita dalla materia che lotta contro la materia, dal pennello sempre da intingere, dalla sgorbia che strappa, dalla lima, dalla riga….

Ed il pensiero va per conto suo, a passeggiare, sognare, contemplarsi … a fare follie con la fantasia o bisticciare con la ragione, e poi si riscopre… s’illumina!

La mano con il suo tempo lento glielo permette e, improvvisamente, scopre la luce e corre rapida,

non proprio rapida…. prigioniera com’è del tempo lento della mano …

sono contento: permette all’anima di vagare.

                                                                                           Una mano tutta buchini

 

 

La mano è tutta bucherellata, e anche se i buchini non si vedono, ciò denota una notevole sofferenza dell’artista.

I buchini non si vedono perché sono dietro e l’angoscia dell’artista non si capisce perché, anche se si vedono i buchini, non si capisce perché ci siano.

Naturalmente, se il critico li notasse, potrebbe spiegarci il nesso sottile che li collega con certe sculture Congo - leo e con le danze Tjalonarang, nonché il rapporto psicoanalitico del soggetto con l’autore, oberato da una miriade di complessi.

In realtà ogni buchino è stato prodotto da un chiodino, necessario per posizionare la mano:

un poco più alta!… ecco proprio così…però la manica non va bene.

Basta togliere la mano e cambiare il chiodo della manica, che ora va bene.

Però la mano così non va!

E così via:

Togli il chiodo, metti il chiodo, guarda un po’…togli il chiodo, metti il chiodo, guarda un po’…taglia la mano, cambia la manica, metti i chiodi.

Guarda

Riguarda

Togli i chiodi, metti i chiodi.. guarda, riguarda: forse un po’ più giù, forse un po’ più su, o più a destra, o più a sinistra: la mano è grande, togli i chiodi e ritaglia la mano, metti i chiodi, togli i chiodi, ritaglia la manica …..

 

Metto i chiodi, guardo, tolgo i chiodi, metto i chiodi, guardo… come trovare la giusta posizione per bilanciare il resto senza che appaia innaturale?

Metto i chiodi, tolgo i chiodi, guardo…

Ma ci sarà una giusta posizione?

Forse la mano non ce la metterò,

 

…e invece ce l’ ho messa!

                                                                                                        LA POP

 

 

L’esperto televisivo lo ha detto.

Traendolo dal più profondo della sua abissale sapienza, lo ha detto:

La pop-art è l’arte del popolo, quella che possono fare tutti!

Tant' è vero che poteva farla persino Andy, il Dalì della pop.

Omaggiamo, omaggiamo, omaggiamo.

Però

Potrebbe anche essere stata l’espressione di artisti che hanno cercato di esprimere il loro mondo, con la stessa ingenuità con cui Giotto esprimeva il suo, ma utilizzando le nuove tecniche e i nuovi materiali che il loro mondo offriva loro.

Così facevano gli artisti rinascimentali quando vestivano i personaggi biblici o quando facevano fregi di strumenti ed attrezzi.

Evidentemente tutto ciò ed altro, come le armature così belle e scomode del rinascimento non ci sono più perché i tornei ormai si fanno sulle autostrade con armature collettive, forse un po’ meno belle ma tanto più comode;

tuttavia il tentativo di integrare pittura, scultura ed architettura esiste ancora,

come allora,

con, in più, luce, movimento e suono e, troppo sovente, inutili baggianate varie.

Questo tentativo di sfuggire alla cornicetta, fatto abortire dalle Megavucumprart-iche Organizzazioni si è infine dileguato in una triste melassa di vane trovate,

tanto avide di riempire spazi sempre più grandi e più noiosi.

Peccato,

lasceremo ai nostri figli qualche pustola eczematosa, qualche quarto di bue congelato

e innumerevoli porcherie incorniciate dalle chiacchiere vane ed incomprensibili dei critici.

                                                                                                   Nuvole

 

 

Non siete dunque mai,

voi che siete lassù nel cielo,

non siete dunque mai stanchi

di vedere queste nuvole tra voi e noi?

                                                                                         L'esercito dei merdaioli

 

                                                                                                         Parole

 

Tutti parolano, parolano seduti, parolano in piedi, parolano in bici e parolano a piedi, parolano sul motorino, in macchina ed in treno, parolano in autobus e nella metro, parolano a teatro e ai funerali, parolano a letto, parolano in strada e dai davanzali, parolano, parolano, parolano, parolano

Senza fine

Ma non dicono molto.

                                                                                                  Questa mattina

Io pazzo?

Per favore non chiedermelo,

già mi chiedo se vale veramente la pena di chiedermi ciò che mi chiedi

e se non fosse meglio chiederti, prima, se chiedendomi ciò che mi chiedi

non lo chiedi inutilmente,

nota che non ha molta importanza ,

poiché mi chiedo se ti risponderò

tanto più che non so se vale veramente la pena di risponderti

e neppure se la mia risposta sarà la risposta alla tua domanda.

Ciononostante, perché la tua domanda non resti senza risposta

devo ammettere che è vero..

che, questa mattina, vedendomi allo specchio,

Mi sono accorto di essere diventato completamente pazzo!

Tanto pazzo che mi apparivo perfettamente normale:

Avevo due occhi, uno da ogni lato del naso,

sotto al naso avevo una sola bocca ,in fede mia, assai ben disegnata

e le mie orecchie pur essendo un poco a sventola,

nondimeno erano ben proporzionate e piacevolmente orlate.

I capelli scuri e ricci partivano da sopra al cranio

e ricadevano in graziosi boccoli.

Avevo una sola testa,

collegata da un collo né troppo fragile né troppo possente

ad un busto gradevolmente muscoloso, né magro né obeso,

da cui iniziavano, in alto, due braccia, uno da ogni lato

con i gomiti dalla parte posteriore

e muniti ognuno di una mano con cinque dita.

Il busto era sostenuto da due gambe, simmetricamente disposte

con le ginocchia verso l’avanti, e provviste di cinque diti fissati sul piede.

Avevo l’apparenza di un uomo perfettamente normale insomma !

 

Il problema è che non sono un uomo

 

sono uno spazzolino da denti.

                                                                                                     Un minuto

 

Un minuto più un minuto uguale due minuti.

Qualcuno può giurarlo… o magari solo crederci?

Un minuto di amore pazzo più un minuto di attesa angosciata uguale a due minuti di sonno al sole?

Un minuto dopo la nascita più un minuto prima della morte uguale a due minuti di mezza età?

E’ più lungo un secolo di noia o un giorno di terrore?

Il mio orologiaio dice che il tempo è una quantità.

                                                                                                     Una casa

Una casa cos’è?

Un tetto,

un letto,

un clima fatto su misura,

una pentola che bolle,

ma anche un focolare,

un piccolo mondo tutto tuo in quello grande;

un vestito enorme per due persone, per tre, per dieci.

Una discussione che nessuno interrompa

Una conchiglia con le antenne (della tele).

È una finestra, una porta, un muro, un tetto….

 

Oppure cinquemila finestre, cento scale, venti ascensori,

centinaia di tonnellate di cemento:

montagne piatte di cui non si può mai raggiungere la vetta

montagne senza aria,

senza sole sorridente

senza natura esigente.

Montagne piene di grotte,

di grotte rumorose impilate.

È un viso con numerose bocche

di cui mille occhi vuoti guardano il nulla.

È cento vicini sconosciuti,

un amico perso nei corridoi bui.

Una fabbrica di noia,

tre ore di viaggio tra due sedute di lavoro.

 

È tutto, talvolta,

oppure non è niente.

                                                                                            Vento di tempesta

Il vento di tempesta imprigiona bianchi gabbiani sulla cresta delle onde.

Cavalloni di vento fanno schiuma di foglie nei cipressi del giardino e delle foglie delle palme fanno lische di pesce che guizzano nella luce di lampi pieni di sogni a forma di spirale.

C’è una ragione valida per costruire fuori di noi quel mondo incantato che ci agita dentro?

C’è una ragione valida per prolungare la vita nell’ opera?

C’è una ragione valida per voler non morire?

C’è una ragione valida, semplicemente per volere?

C’è semplicemente una ragione?

                                                                                                         Cosa?

Dopo averla per sei mesi attesa, desiderata, sognata, sospirata, bramata, dopo averla pregata, invocata, implorata, supplicata, scongiurata, dopo averla insultata, ingiuriata, vituperata e perfino maledetta, deprecata, dannata, finalmente è arrivata! ...la pioggia.

Precipitando sulle due tonnellate di legno di quercia, tagliato a pezzi per il camino e depositate

dall’autocarro un’ora prima sulla piazzola di marmo e graniglia:

ma piove sempre in questo paese!!!

Ho finito proprio ora di metterla sotto la tettoia, passando nel fango carriola dopo carriola, posando uno sull’altro: pezzo dopo pezzo, pezzo dopo pezzo, pezzo …; i capelli mi pendono intorno alla testa come se ci fosse posato un polpo, sono tutto infreddolito ed ho le mani nere e rosse per il sudiciume ed il sangue uscito dai graffi, le unghie sono così nere e le dita così bianche che sembrano tasti di pianoforte.. e cammino come un ubriaco per non calpestare le occhiaie che mi pendono sotto gli occhi, però sto imparando a dipingere!

E forse anche a diventare adulto… anche se è sempre troppo presto per diventare adulti, non si può morire se non si diventa adulti!